



Via Is Mirrionis, 1
Via San Salvatore da Horta, 2
Via Is Mirrionis, 1
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Per i novant’anni dalla nascita di Fabrizia Ramondino (1936-2008), la conferenza in suo onore intende esaminare nella sua maggiore completezza e complessità il mondo letterario, visivo, e psicologico che Ramondino propone in un corpus connotato dalla visionarietà e dall’anticonformismo come dall’iperletterarietà che pone i suoi testi in un dialogo transnazionale con autori e autrici tra i più vari. Questo mettendolo a confronto con la realtà legata al Sud, al Mediterraneo, e alle questioni sociali, e al rapporto tra lingua e mare che non si limita al Mar Mediterraneo che lambisce le coste italiane. Fabrizia Ramondino scrive di Palma di Maiorca aggiungendo il maiorchino alla stratificazione e interazione linguistica che ritma l’espressione e la tradizione mediterranea. Sue sono anche le celebri narrazioni di Ventotene, di Trieste, di Napoli e delle isole napoletane in L’isola riflessa, Passaggio a Trieste, e per quanto riguarda le isole dell’arcipelago campano, il testo scritto e curato con Andreas Friedrich Müller, Dadapolis.
La scrittura di Fabrizia Ramondino si configura come una pratica liminale, capace di abitare e interrogare i margini geografici, linguistici, identitari e politici del Mediterraneo. Attraverso un’analisi incrociata dei suoi testi, a partire da quelli politici, gli interventi del convegno intendono esplorare cronologicamente e tematicamente la costruzione di un soggetto narrante mobile e plurale, che si muove tra Sud e Nord, centro e periferia, memoria privata e storia collettiva. Ramondino mette in scena uno sguardo decentrato e multilingue, sospeso tra italiano, napoletano, spagnolo e francese, in una tensione continua tra appartenenza e dislocazione. La sua opera, attraversata da un femminismo etico e non ideologico, si intreccia con un impegno politico radicato nella vita quotidiana e nei legami sociali, in un’ottica comunitaria e antigerarchica in cui guardare anche al trattamento dei disturbi mentali
da La Sirena di Dadapolis di Pietro Treccagnoli
Qualche giorno fa, su una bancarella di Port’Alba, ho visto “Storie di patio” di Fabrizia Ramondino. Lo prendo? mi sono chiesto. Ma l’ho letto già, ce l’ho, mi sono rassicurato. Dopo pochi secondi: non ricordo più se l’ho letto o se ce l’ho, ho dubitato. Be’, quando torno a casa, controllo. Da tempo non solo non ricordo il contenuto dei libri che leggo, ma non ricordo nemmeno se un libro l’ho letto o non l’ho letto. Mi capita con libri letti di recente, figuriamoci con un libro di 35 anni fa. Deficit d’attenzione. Gli anni passano e scavano dentro. Riportando a galla vecchi ricordi, impedendo ai nuovi di ritagliarsi una sinapsi tra i neuroni.
Non avevo letto i racconti di “Storie di patio”, ho scoperto. E ovviamente non ce l’ho. Ma ho letto tant’altro della Ramondino, di Fabrizia. Sì, Fabrizia, con la quale non ho mai avuto molta confidenza, ma che ho conosciuto e con la quale ho lavorato, quando ero redattore culturale al “Mattino” di Napoli. Era da poco uscito con strepitoso successo “Althènopis”, il suo romanzo d’esordio, pubblicato da Einaudi, e lei veniva spesso in redazione, a chiacchierare soprattutto con Francesco Durante, ma anche con Michele Bonuomo e con Carlo Franco. Io ascoltavo, per lo più. Ero molto giovane e intimidito dalla sua fama e dalla sua allegria. Fumava, parlava, rideva e progettava pezzi con Durante, pezzi che puntualmente arrivavano ed erano bellissimi, intensi. Qualche sera mi capitava di far parte della brigata culturale e si andava a cena, in una delle trattorie di Chiaia. E si parlava, si mangiava, si beveva. Lei con l’eterna sigaretta stretta tra le dita e tra le labbra. Fabrizia aveva uno sguardo acuto e sognante. Spesso sembrava lontanissima, assorta nelle sue storie, ma poi interveniva con parole attente e acute. Non era mai distratta, come invece poteva sembrare.
Allora, nei primi anni Ottanta del Novecento, non c’erano tanti autori napoletani che pubblicassero. Il mondo editoriale era meno frenetico. Dominava la scena il sestetto dei grandi e solitari Domenico Rea (che aveva quasi smesso di scrivere, prima di riesplodere con “Ninfa plebea”), Michele Prisco, puntuale ogni due o tre anni con un proprio largo romanzo, Mario Pomilio, Luigi Compagnone, prolifico ormai solo nel giornalismo, Carlo Bernari e Raffaele La Capria, da decenni romanizzati, ma con lo sguardo mai lontano da Napoli. Prima della Ramondino, a smuovere le acque, c’era stato solo l’outsider Nicola Pugliese con l’acclamatissimo e molto amato “Malacqua”, sempre con Einaudi. Ma era stata una toccata e fuga. Un concerto unico e tale sarebbe rimasto. E non va dimenticato il gigantesco Attilio Veraldi che però era ingiustamente relegato nella narrativa di genere. Fabrizia invece riaprì le porte della letteratura a Napoli e la sua voce durò a lungo.
Non sto a ricordare le tante sue vite. In giro per il mondo con il padre diplomatico e i suoi studi all’estero, i viaggi e i lunghi soggiorni che le avrebbero dato materia e suggestioni per la scrittura, le sue battaglie politico-pedagogiche per il proletariato napoletano. Fabrizia era una scrittrice, straordinaria, nobile e fanciullesca, eppure tormentata assai. Un personaggio di Dostoevskij, così doveva sentirsi. E incantava, incantavano i suoi silenzi e il suo sguardo ridente e fulminante. Prima che i fantasmi neri della malinconia non la catturassero.
L’ho frequentata poco. Prima che lei si ritirasse nel basso Lazio e quasi rinunciasse alla scrittura, le chiedevo spesso degli articoli che la redazione le commissionava. Brevi telefonate, roba pratica e gentile. Tra tutti i ricordi che mi rimangono ce n’è uno apparentemente minore, ma per me inciso nella memoria. Era una sera di settembre del 1988, immagino. Ad agosto ero stato in vacanza in Grecia e avevo portato con me il suo secondo romanzo “Un giorno e mezzo”. L’avevo divorato in un giorno e mezzo. E mi ero beccato una feroce scottatura, perché preso dalla lettura, disteso sui ciottoli di una spiaggia di Mikonos, non volevo smettere di leggere e non avevo smesso. La mia pelle ne pagò le conseguenze, ma io ero appagato. Poi, sempre a Mikonos, una sera, andai a cenare in un localino che si chiamava “Pio Pia”. Un nome stranissimo. Ma era anche il nome di un personaggio di “Un giorno e mezzo”. Che coincidenza, mi dissi. Poi, in quella successiva sera di settembre volli segnalare la coincidenza a Fabrizia. Ma per il nome del tuo personaggio ti sei ispirata a quel locale? Lei ebbe un sussulto accompagnato da uno sfuggente sorriso. Per nulla, rispose, non conosco quel posto. Però, vedi che strano, aggiunsi io. Sì, è strano, fece la Ramondino e il suo sguardo si perse tra le volute del fumo della sigaretta. Il sorriso sulle labbra, però, le era rimasto. Sono i percorsi intrecciati della vita e della letteratura, sentieri di parole e di crepuscoli che attraversiamo a occhi spalancati o chiusi. E vediamo che tutto si rincorre, come echi persi sugli abissi.
Fin dagli anni Novanta ho frequentato la spiaggia di Sant’Agostino a Gaeta. Un anno sì e un paio di anni no, ci ho passato delle lunghe giornate tra mare e ombrellone. E ho letto tanto, al riparo dal sole. E a Sant’Agostino ho letto, ma attento a non scottarmi, “Taccuino tedesco” di Fabrizia. L’ho letto qualche anno dopo che lei era morta, proprio il 23 giugno di 15 anni fa, là distesa sulla sabbia, sola, dopo che da anni si era ritirata a Itri sui monti Aurunci, lassù tra poca gente e antiche case di pietra. La sua morte mi ha sempre ricordato quella della madre della protagonista de “L’amore molesto” di Elena Ferrante, non per i modi o l’ora, ma per il luogo che non doveva essere necessariamente lo stesso. Ho passeggiato spesso lungo la battigia dell'ampia insenatura che anticipa Sperlonga, con le basse onde, ormai estenuate, a scivolare sui miei piedi nudi. E mentre camminavo mi chiedevo quale fosse il luogo preciso dove era stato trovato il corpo di Fabrizia, spiaggiato come quello della sirena Partenope, di una cittadina di Dadapolis. Mi guardavo attorno e vedevo solo ombrelloni, lettini e sdraio, e la pacificata aria vacanziera di famiglie e giovani coppie. Corpi abbronzati, corpi sudati e corpi scottati. Non c’era la pace che aveva cercato Fabrizia, per sfuggire ai suoi demoni, alle notti bianche, ai castighi senza delitto che ti somministra la vita.
Tra poco scendo e vado a vedere se sulla bancarella di Port’Alba ci sono ancora le sue storie di patio. Le comincio a leggere oggi.
Pietro Treccagnoli, La sirena di Dadapolis, Napoli, Langella, 2026, pp. 29-41